Nuova formazione iniziale dei prof, il nodo del numero chiuso che nessuno vuole

di Marco Ricucci, Il Corriere della sera

La riforma prevista dal Pnrr doveva essere compiuta entro luglio 2022, ma dei decreti attuativi ancora non c’è traccia. Le resistenze dei vari stakeholders, la questione della selezione all’ingresso che scontenta moltissimi.

 

Dopo il fallimentare concorso a crocette, che più che testare le competenze didattiche degli aspiranti docenti, era una sorta di gratta-e-vinci per il posto fisso, a che punto siamo con l’istituzione e l’organizzazione della scuola dei prof? Siamo ancora in alto mare, anzi tra poco inizieranno le vacanze estive e, con tutta probabilità, non usciranno ancora i decreti attuativi del corso di formazione iniziale dei docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado.
La legge parlava chiaro, secondo un timing stabilito dall’Europa: entro il 31 luglio 2022 il Ministero dell’Istruzione e del Merito avrebbe dovuto battere un colpo. Nessuna dietrologia, ma solo una presa d’atto che dietro a tale ritardo c’è un coacervo di interessi di specifici gruppi di potere, per così dire, o di stakeholders, oltre alla acclarata inerzia di parte della Pubblica Amministrazione.

Tutti in Italia hanno, a quanto pare, il diritto a praticare la professione docente, per il mero possesso di un titolo di studio valido, ma nessuno ha il diritto di sapere come si può diventare docenti qualificati e come è il reclutamento. Sempre a detrimento di alunne e alunni, oltre che dei giovani laureati. Prima di tutto, sul piano ideologico-culturale, vi è una sorta di faida intestina (e discreta) all’interno del mondo accademico che il Ministro Giuseppe Valditara conosce bene, in quanto da lì proviene: l’un contro l’altro armati, infatti, stanno i professori disciplinaristi, ovvero coloro che sono portatori della conoscenza puramente teorica delle materie, e i professori pedagogisti, i quali si occupano della scienza dell’educazione per esplorare l’anima umana.
Il pomo della discordia è molto concreto: dove inserire i famosi 60 cfu previsti dal nuovo sistema di formazione iniziale dei docenti? Se si mettono dentro la laurea magistrale, costituita attualmente da 120 cfu che si consegue dopo la triennale, risulterebbe rivoluzionato l’assetto dell’università, poiché di fatto, assai spesso, la biennale, essendo un doppione della triennale, si configura come una sorta di ufficio collocamento di assistenti universitari ed estensione di baronie universitarie.
Prevedere un anno supplementare per diventare prof, dall’altra parte, sarebbe alquanto «improprio»: sei anni, insomma, per non essere nemmeno sicuri di avere diritto al contratto a tempo indeterminato con annesso stipendio, come succedeva per le vecchie SISS, abolite dopo 10 anni di onorata attività, dalla Ministra Mariastella Gelmini.
Gran parte del mondo accademico è, inoltre, allergico alla didattica disciplinare e, di conseguenza, effettivamente impreparato.

Non finisce qui. Non avere un percorso incardinato, strutturato e permanente, fa vergognosamente il gioco di enti che, dietro il pagamento di molto denaro, propongono di fare questi percorsi abilitanti in Paesi dell’Unione Europea, come la Spagna e, soprattutto nei tempi recenti, la Romania. Chi ha conseguito il titolo, forse anche per disperazione di fronte alla palude di mancanza di prospettive in Italia, chiede poi il riconoscimento del titolo al Ministero in base ai regolamenti europei, dovendo affrontare spese legali che incrementano le casse di sindacati conniventi con studi legali specializzati.
Ma nel nostro Paese si sceglie non solo la strada di interessi particolari, ma anche la facilità generale che si traduce quasi sempre in faciloneria. In un corso di formazione serio per aspiranti docenti, occorre, come è naturale, uno sforzo organizzativo non da poco e una scelta di campo, che si basa sul merito: fare una selezione all’ingresso per l’accesso al percorso scontenta moltissimi.
E qui ci stanno le rivendicazioni dei precari storici, che sono diventati tali per mancanza di modalità permanenti di formazione e di reclutamento; e sindacati della scuola, nati come funghi, che hanno tutto l’interesse a manovrare migliaia di persone, il più delle volte, persino incapaci di compilare domande di iscrizione alle graduatorie specifiche per le supplenze.
Ma oltre al dato della tessera sindacale, la cui sottoscrizione, una volta avvenuta, si rinnova in automatico con trattenuta sullo stipendio, anche dopo eventuale interruzione estiva del contratto, c’è una ultima evidenza da considerare: trovare le scuole disposte a ospitare i tirocinanti è quasi impresa titanica, anche per tenere le fila del discorso, che dovrebbero tenere docenti di comprovata esperienza come supervisori di tirocinio, in esonero dal servizio, che è un costo per l’erario statale.
E chi dovrebbe sobbarcarsi tale onere logistico? Sempre l’università, che tuttavia non ha risorse ad hoc.
Perciò, meglio continuare con i quiz a crocette, aspettando che il prossimo governo metta mano a questa situazione intricata. Fino a quando l’Europa ce lo permetterà, ovviamente.

Docente di italiano e latino presso il Liceo scientifico Leonardo da Vinci e professore a contratto presso Università degli Studi di Milano

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