Scuola, la crisi dei prof

 

Studenti, spesso spalleggiati dai genitori, che bullizzano i loro insegnanti. Altri professori che decidono di non ammettere alla maturità una ragazza con cinque insufficienze e vengono sconfessati dal Tar. Intanto ricomincia il consueto balletto delle supplenze: su 900mila docenti, i precari sono 250mila. La scuola arranca, i docenti ancora di più: gli stipendi restano bassi, di carriera non se ne parla, l’autorevolezza è al minimoIl legame tra scuola, famiglie e territorio si è sfilacciato. Che cosa fare per restituire valore alla professione e renderla attrattiva?

La crisi della scuola

Non è stato sempre così. Nel secondo dopoguerra «gli insegnanti sono stati tra i protagonisti della ricostruzione» ricorda Ivana Barbacci,segretaria nazionale Cisl Scuola. Nel 1951, in Italia, il 13 per cento della popolazione era analfabeta, nel 2001 la percentuale era crollata all’1,5.

«Insegnare era un vanto, fino agli anni Ottanta si investiva molto nella ricerca. Con la legge sull’autonomia scolastica del 1997, c’è stato il black out. Le scuole si sono frammentate e l’amministrazione centrale non le ha più sostenute, né dal punto di vista economico, né strutturale. L’autonomia è stata un grande alibi per abbandonare la scuola a se stessa. Poi sono cominciati i tagli lineari: dal 2008 al 2018 i docenti sono scesi di 150mila unità, e sempre in quei 10 anni non abbiamo avuto rinnovi di contratto.

 

La Buona Scuola di Matteo Renzi ha investito male, accentuando le differenze tra realtà solide e fragili». Un excursus storico che spiega i guai di oggi,e la crisi della professione: «Il risultato di questo processo è che non c’è stato nessun investimento nella formazione degli insegnanti, come invece c’era stato, massiccio, quando nella scuola primaria si era passati dal maestro unico ai moduli» continua la dirigente sindacale. «Oggi i finanziamenti arrivano – dai fondi europei o dai privati – per progetti specifici, scollegati tra loro: educazione alla legalità,all’ambiente,alimentare ecc…Mancano però i fondamentali. Ormai è passata l’idea che la scuola, come la sanità, dev’esserci a prescindere».

 

Cattedre al Nord, docenti al Sud

Un’analisi amara che Ivana Barbacci conclude così: «Il risultato? Una sostanziale inadeguatezza. Che cosa proponiamo ai giovani? Di lavorare per 1300 euro al mese con un gran carico di responsabilità e la prospettiva di restare per chissà quanto precari?». Il ministero ha appena autorizzato 51mila assunzioni, ma già si sa che moltissime cattedre non verranno assegnate: i posti sono al Nord, i candidati al Sud, trovare un professore di Matematica o Fisica è una chimera.

 

Secondo Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, rendere la professione di insegnante più attrattiva non è solo questione di soldi, «anche se nell’immediato, la prima cosa da fare sarebbero incentivi per chi va a insegnare materie scientifiche o a lavorare nelle scuole fragili. Ma per far sì che i giovani di talento siano invogliati, servono status e riconoscibilità sociale forti. Bisogna fare una selezione per assumere i giovani più bravi che vanno formati, prima e durante gli anni di servizio. Occorre superare il criterio degli scatti d’anzianità come unica strada per migliorare lo stipendio. Il Trentino aveva disegnato un’ottima riforma sulla carriera ma è svanita nel nulla. Il tutor istituito con il contratto di categoria appena firmato, che dovrebbe occuparsi di orientamento, è un primo passo. Solo se metti insieme tutti questi aspetti restituisci centralità all’insegnamento».

Nel contratto solo le ore di lezione

Gli stipendi sono bassi, non c’è dubbio. E restano tali anche se il nuovo contratto ha garantito un aumento medio di 124 euro mensili. Uguali per tutti, come sempre. Secondo uno studio appena pubblicato dalla Banca on line N26, i docenti italiani con i loro 26mila euro l’anno sono al 31° posto su 50 Paesi per stipendio medio. I primi della lista nell’Unione europea, i danesi, guadagnano il doppio. Dietro l’Italia, in Europa, solo Portogallo e Grecia.

«Noi della Cisl siamo disponibili a trattare sulla creazione di figure di middle management, intermedie tra dirigente e insegnanti, ma prima bisogna riallineare gli stipendi base» sostiene Barbacci. Finora, il modello italiano “pochi soldi per poco impegno” ha resistito. Ma è ancora sostenibile? «L’Italia è l’unico Paese che mette nel contratto solo le ore di lezione in aula, che sono 18 a settimana» precisa Carlo Cappa, docente di Storia della pedagogia all’università Tor Vergata di Roma. «Gli altri contratti europei sono sulle 30-35 settimanali ma comprendono tutto. Così invece si lascia ampio spazio alla discrezionalità». Non è d’accordo sul “poco impegno” Ivana Barbacci: «Intanto, alle 18 ore bisogna aggiungerne 80, nell’anno scolastico, di attività funzionali all’insegnamento. Poi ci sono altre ore che variano per le attività organizzative o l’offerta formativa. Mettere tutto dentro al contratto avrebbe un impatto diverso, a seconda degli istituti». La scuola dà, ma non a tutti nello stesso modo. E spesso non a quelli che ne hanno più bisogno.

 

Il nodo della formazione e il Pnrr

Prendiamo uno storico tema di discussione, il calendario scolastico e i tre mesi di vacanze estive. L’ex ministro Patrizio Bianchi aveva presentato un piano per le scuole aperte d’estate, che nonostante l’accoglienza tiepida aveva portato qualche progetto eccellente. Poi non se n’è più parlato. La realtà è che a rimetterci per quel trimestre di chiusura sono i più deboli, quelli che non vanno ai summer camp e si rifugiano nei cellulari: «Insieme a Save the Children abbiamo un programma estivo per i bambini che rischiano di restare indietro,Arcipelago Educativo» dice Andrea Gavosto. «Si è visto che il calo degli apprendimenti, ovvero il summer learning loss, è considerevole».  Barbacci si mostra disponibile: «Abbiamo 210 giorni di scuola effettiva, siamo in linea con gli altri Paesi. La strada di Bianchi può essere ripercorsa: servono risorse, alleanze con il territorio e il Terzo settore. Non siamo arroccati. Ma la dignità dei docenti va difesa».

 

In quest’analisi dei nodi irrisolti, quello più ingarbugliato oggi riguarda la formazione. Mentre per la scuola primaria esiste il corso di laurea in Scienze della formazione primaria, per la secondaria c’è stato per sei anni il vuoto. Ora però c’è una sfida da vincere, ed è quella del Pnrr. «Ci sono finanziamenti proprio per la formazione degli insegnanti» spiega il professor Cappa. «La legge 79/22 ha fissato i lineamenti del nuovo percorso di un anno (60 CFU, cioè crediti formativi universitari) su scienze dell’educazione, didattiche disciplinari e tirocinio, da svolgere in parallelo o dopo la laurea magistrale.

 

Il decreto attuativo, che avrebbe dovuto essere pubblicato a luglio 2022 per definirne i dettagli, però è stato firmato solo ora. Purtroppo le premesse sono pessime, poiché si è già legiferato per svuotare il percorso di rigore e contenuti: il 50 per cento potrà essere svolto on line e vi sono numerose facilitazioni per alcune categorie. La soglia delle assenze permesse, inoltre, sarà probabilmente fissata al 40 per cento. Il rischio è che si perda l’occasione. Eppure, sarebbe vitale interesse del Paese avere docenti in grado di affrontare le sfide formative di oggi e di domani».

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